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Di qua del paradiso

Parque Nacional Igazù (Argentina, Gennaio 2003).

 

 

 

'Di qua del paradiso' di Francis Scott Fitzgerald (Mondadori, 1998).

 

Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto lo capisca la farfalla, ed egli non se ne accorse neppure quando il disegno fu guastato o cancellato. Più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate e comprese com’erano fatte e imparò a riflettere e non riuscì più a volare perché era scomparso l’amore per il volo e poté solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo.

 

 

Era puro, era un talento vero e prezioso come i disegni naturali e semplicemente belli che arricchiscono come arabeschi le ali delle farfalle. Ma basta nulla per distruggere questa bellezza. Basta che noi sfioriamo le ali delle farfalle per distruggere il loro tesoro. E così fece con se stesso Fitzgerald. Distrusse il suo immenso talento. Forse senza saperlo, forse con una lieve consapevolezza. Durante gli anni della festa mobile a Parigi quando Fitzgerald ed Hemingway stavano spesso assieme vivendo a loro modo la vita, a fine giornata Hemingway scriveva: “il non lavorare cominciava a pesarmi e provavo quel senso di mortale solitudine che ti coglie alla fine di ogni giorno sprecato”. Hemingway era più “forte” di Fitzgerald, aveva più rigore con se stesso. Fitzgerald era più debole, più incline a perdonarsi, travolto spesso dalla immensa follia di Zelda.

 

Ma Fitzgerald scrisse pure 'Il grande Gatsby', uno dei più bei libri della letteratura americana di tutto il Novecento. E qui che possiamo comprendere appieno il talento vivo ed immenso di Fitzgerald. Finalmente una scrittura vera, magistralmente asciutta ed essenziale. Finalmente dimenticate le teorie della dilatazione, della saturazione narrativa, fa proprio l’impressionismo di Stephen Crane, la sua nitida concisione, la lieve parola di Sherwood Anderson. 'Il grande Gatsby' è il libro dalle atmosfere sottili, impalpabili, pur con la precisione realistica dei dettagli. Un libro naturale, venuto dal cuore di Fitzgerald, dal suo talento più vero. 

 


'Di qua del Paradiso' è il primo libro di Fitzgerald, così lontano dalla semplice bellezza de 'Il grande Gatsby'. Ma è un libro importante per capire Fitzgerald. E’ una sorta di Zibaldone, una serie di dichiarazioni d’intenti del giovane Fitzgerald. Come tutti i suoi libri estremamente autobiografico, è ancora un libro vero, non ancora contaminato dai bisogni e dalle necessità che poi inquinarono la sua scrittura, rendendo i suoi libri e i suoi racconti così spesso privi del suo talento. Un libro in parte grezzo e certo sopravvalutato ma che ci offre innumerevoli spunti di riflessione. Sia riguardo la società americana che uscì dalla prima guerra mondiale e si preparava a vivere gli frenati anni dell’età del jazz, sia riguardo la vita e il pensiero del giovane Fitzgerald. Che poi per molti versi furono la stessa cosa, poiché fu proprio Fitzgerald a coniare, ed usare per una sua raccolta di racconti, il termine età del jazz per l’America dagli anni venti fino alla metà degli anni trenta, sia soprattutto perché Fitzgerald fu uno dei maggiori protagonisti di quegli anni.


Quando uscì 'Di qua del Paradiso' nel 1920 Fitzgerald divenne immediatamente l’icona di una generazione. Questo diede al suo libro più fortuna e fama di quello che in realtà meritasse. E, per certi versi, per quanto paradossale possa sembrare, fu l’inizio della fine per Fitzgerald. Un’intera generazione di giovani lo acclamò vedendo nelle sue parole un manifesto dei loro sogni, della loro vita. Della loro libertà. Era l’America delle flappers, delle maschiette, della prima vera rivoluzione femminista della storia; era l’America dei giovani che uscivano dalla grande guerra che gli aveva solo sfiorati, ma che ne aveva pesantemente minato le fondamenta. Era l’America delle petting parties, delle feste per pomiciare. Era una nuova America e Fitzgerald con il suo libro era uno dei portavoce dei giovani. Dei loro sogni, delle loro speranze, delle loro illusioni. Era la rivolta contro tutto e tutti, in nome della libertà, anche se poi non sapevano, a cominciare dallo stesso Fitzgerald, cosa significasse davvero per loro libertà. Era l’inizio di un sentimento, era la rivolta, ed era così inebriante.


Di certo per Fitzgerald questo libro fu un successo immenso e imprevisto. Bastarono poche settimane per fare di lui uno scrittore famoso e anche un po’ più ricco. Di fare di lui un personaggio, per cambiargli definitivamente e radicalmente la vita. Poco dopo, era solo aprile, sposò Zelda Sayre, la sua Zelda, il suo amore, la sua rovina. Fitzgerald orami era un personaggio, e a questo personaggio e al bisogno continuo di denaro e alla follia di Zelda sacrificò il suo immenso talento. E di certo anche pensando a lui Gertrude Stein coniò il termine lost generation, che poi così tanto fece infuriare Hemingway.


E' un romanzo fragile, incompleto e non certo all’altezza degli scritti successivi di Fitzgerald. Ed è anche giusto così, pensando al fatto che comunque è il suo primo romanzo e che quando lo scrisse aveva solo ventitre anni. Un romanzo che tende eccessivamente all’esemplarità, che sfocia spesso in ansia dimostrativa e didascalica, che non possiede l’impalpabile bellezza de 'Il grande Gatsby', che ancora evidenzia come Fitzgerald temi l’allusività e i confini indefiniti ed abbia invece bisogno di caratterizzare completamente il carattere dei suoi personaggi, dimenticandosi spesso, o non interessandogli più probabilmente, l’aspetto fisico. Come nella descrizione di Rosalind che poi altro non è che la Daisy de 'Il grande Gatsby' o la protagonista femminile di ognuno dei suoi romanzi, vale a dire Zelda. E’ un libro ancora molto schematico, tanto è vero che tutti i protagonisti, tutti i giovani che sono raccontati, sono molto simili, dicono tutti la stessa cosa, come se Fitzgerald voglia rafforzare i suoi concetti con la ripetizione piuttosto che con il dialogo e il contrasto. Molti critici hanno sottovalutato nel tempo questo libro, sottolineando come sia immaturo, ridicolo, ricco di false ed inutili citazioni. In realtà è una straordinaria testimonianza di una decina di anni di una parte della società americana, oltre che sogni del giovane Fitzgerald.

 

Sogni ingenui, come quelli di ogni giovane che ancora deve vivere. Sogni veri, come l’amore. Il sogno è il filo conduttore della vita di Fitzgerald, il sogno incorruttibile di Gatsby per Daisy, il sogno di una vita intera per Zelda. L’amore è un dato perenne, per sempre, assolutamente normale nella sua perennità platonica. Fitzgerald amò per sempre Zelda, fino a distruggersi per lei. Forse Di qua dal Paradiso non è un libro memorabile. Ma vale la pena leggerlo, vale la pena cercare di capire il sogno di Fitzgerald, vale la pena intuire la straordinaria bellezza del suo talento.

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